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Cercatori di orizzonti: la Sardegna e il Mare Nostrum nelle carte della grande letteratura di viaggio

di ELEONORA D'ANGELO, Sardegna Wanderlust IV

«Desideravo in fondo all’anima che il viaggio durasse in eterno, che il mare non avesse fine: potersi abbandonare a questa ondeggiante, tremula eppure lunga pulsazione fino alla fine del tempo, in uno spazio inesauribile, senza ritorno, senza nessun rimpianto, mai»

– D. H. Lawrence, Mare e Sardegna (1921)

 

Ci sono state epoche in cui viaggiare significava attraversare, con il corpo e con l’anima, luoghi lontani e volti da imprimere nella memoria e sulla carta, affinché non venissero dimenticati. Fu, in particolare, nel corso dell’Ottocento che fiorì la stagione della grande letteratura di viaggio e delle lunghe traversate, vissuta da autorevoli interpreti del Mediterraneo e delle sue isole. In un tempo in cui la fotografia non era ancora così diffusa, la scrittura restava l’arte principe: protagonista di istantanee che prendevano forma su taccuini e diari, destinati poi a diventare libri.

 

Personalità come David Herbert Lawrence, Alberto Ferrero della Marmora, Heinrich von Maltzan e Antoine Claude Valéry – scrittori, cartografi, uomini di cultura – si misero in viaggio mossi non dalla stagionalità, ma da una profonda sete di conoscenza. Più che semplici osservatori, erano ricercatori culturali e appassionati esploratori. Il loro sguardo sulle comunità, sui paesaggi e sulle dinamiche sociali del tempo ci ha restituito un punto di vista personale, artistico ed etnografico di porti e località allora pressoché sconosciuti del Mare Nostrum. Alla base dei loro spostamenti vi era un’urgenza tutta interiore di indagare luoghi ritenuti “fuori dal tempo”, distanti dall’emergente civiltà industriale.

 

Con eloquenza, D.H. Lawrence, nell’incipit di Mare e Sardegna, descrive quell’«impulso inarrestabile a muoversi» che spinge ancora oggi, a distanza di oltre un secolo, a intraprendere un cammino sulla scia dell’ispirazione, sospinti da quella vocazione naturale chiamata sindrome da Wanderlust.

 

«Viene addosso l’assoluta necessità di muoversi. E, quel che più conta, di muoversi in una particolare direzione.» – D. H. Lawrence, Mare e Sardegna (1921)

 

Assieme alla moglie Frieda, Lawrence sbarcò in Sardegna nel gennaio del 1921. Partì da Palermo, la «capitale della Sicilia», concedendosi una breve sosta sufficiente per apprezzare tutto il colore del mercato storico di Ballarò. Le sue cronache ci trasportano ancora fra i banchi colmi di ogni ben di Dio, dai finocchi ai peperoni scarlatti, dai carciofi alle grosse arance: simboli, per eccellenza, dei sapori mediterranei.

 

Il viaggio avvenne a bordo di un piroscafo, tipica imbarcazione dell’epoca adattata al trasporto di merci e persone. Un piccolo vettore dotato di un ponte in legno, cuccette e un lungo salone dove consumare i pasti. Occorsero ben trentadue ore per raggiungere l’isola, ma lo scrittore e la sua compagna non se ne dolsero:

 

«Sì, piuttosto bello, sul serio. E veramente c’è nel lungo, lento alzarsi della nave e nella lunga, lenta scivolata in avanti qualcosa che mi fa battere di gioia il cuore. È movimento di libertà […] con il rumore delle onde che si rompono, è come il galoppo magico del cielo […]. Dio mio, che gioia per la nostra selvaggia anima interiore. Finalmente liberi, e si danza nel lento volo degli elementi, verso il mare aperto

 

Quel senso di libertà li accompagnò fino in Sardegna, terra che agli occhi dello scrittore apparve come l’incarnazione stessa di quel sentimento ininterrotto, fedele compagno dell’anima che rifugge l’immobilità. Una terra che – scrive – non assomiglia a nessun altro luogo: uno spazio incantevole fatto di distanza da viaggiare.

 

In nove giorni, Lawrence percorse quella “piacevole distanza” partendo da Cagliari – l’arabeggiante città di pietra tra l’Europa e l’Africa – verso Mandas, attraversando l’entroterra dai paesaggi celtici, fino agli altipiani della Trexenta e ai boschi incontaminati del Gennargentu, toccando Sorgono, Gavoi e Nuoro. L’itinerario in Barbagia gli rivelò l’incredibile varietà cromatica degli abiti tradizionali: boleri scarlatti, scialli ricamati e vivaci bisacce. Ma la sua ricerca non si fermò all’estetica: nel suo racconto, lo sguardo fiero degli uomini e delle donne sarde è nudo, privo di orpelli, specchio di un popolo indomito e magnetico.

 

Infine, a Olbia, la veduta del porto segna ancora oggi l’inizio di nuove avventure lungo le autostrade del mare. Proprio come accadde a Lawrence quando, nel 1922, intraprese il suo viaggio intorno al mondo verso l’America e l’Oriente, cambiando ben cinque navi pur di circumnavigare il globo. Perché per i veri viaggiatori, per chi è animato dalla Wanderlust, un porto non rappresenta mai il capolinea, ma una soglia sempre aperta su nuovi, infiniti orizzonti.

 

Di Eleonora D’Angelo.